Nel 2020 il centenario della nascita di Alberto Sordi e Federico Fellini

Roma ricorda Alberto Sordi e Federico Fellini in questo 2020, centenario della loro nascita. I due immensi artisti del grande schermo hanno reso celebri pregi e difetti della Città Eterna e meritano di essere commemorati con onore e riconoscenza.

GLI EVENTI IN PROGRAMMA

Al momento sono programmate quattro mostre. La prima riguarda Alberto Sordi ed i suoi 60 anni di carriera. Da marzo a giugno presso la sua villa di via Druso si terrà un’esposizione temporanea sulla vita e la carriera dell’artista. Il percorso sarà nei vari locali della villa, fino all’esterno con un cinema montato ad hoc all’interno di un padiglione, in cui verranno proiettati gratuitamente i suoi film. L’iniziativa è stata proposta dalla Fondazione Museo Alberto Sordi.  Dal 21 gennaio, poi, presso i Musei Capitolini (in piazza del Campidoglio) viene ospitata la rassegna “Alberto Sordi 1920/2020“.

Una terza rassegna si intitola Federico Fellini nell’anno del centenario e consiste nell’esposizione di 30 fotografie che ritraggono il regista in diversi momenti e fasi della vita. Si tiene dal 20 gennaio al 28 febbraio presso la Biblioteca Angelica in piazza di Sant’Agostino 8.

La mostra che celebra il centenario della nascita di Federico Fellini, invece, “Fellini 100 Genio immortale” ed è itinerante. Esposta per la prima volta a novembre a Rimini, arriverà a Roma ad aprile 2020 a Palazzo Venezia.  L’allestimento ruota su tre nuclei: il primo racconta la Storia d’Italia a partire dagli anni Venti-Trenta per passare poi al Dopoguerra e finire agli anni Ottanta attraverso l’immaginario dei film di Fellini. Il secondo nucleo è dedicato al racconto dei compagni di viaggio del regista, reali, immaginari, collaboratori e no. Infine il terzo nucleo sarà dedicato alla presentazione del progetto permanente del Museo Internazionale Federico Fellini.

ALBERTO SORDI ROMANO E ROMANISTA

Alberto Sordi (1920/2003), romano e romanista, è stato l’attore che ha meglio rappresentato vizi e virtù non solo della nostra città più importante ma anche dell’intera nazione. Non a caso la Rai gli ha dedicato una lunga rassegna, la trasmissione “Storia di un italiano”, riconoscendo già nel titolo quanto importante e rappresentativa nella nostra epoca sia stata la sua opera, prima come attore e poi da regista cinematografico. Goffredo Fofi nel suo libro “Alberto Sordi, l’Italia in bianco e nero” (2004, Mondadori) tenta di spiegare le ragioni di questa sua popolarità: “Più di ogni altro attore italiano della seconda metà del Novecento, più di Totò e di Gassman, Mastroianni, Tognazzi (suoi rivali, o varianti di uno stesso ceppo, di una stessa umanità), Sordi ci ha rappresentato e mostrato per quello che siamo e che alcuni (molti? pochi?) avrebbero preferito non essere. Ci ha costretti allo specchio, e nei suoi momenti migliori – ma a ben vedere sempre, almeno dai tempi de “I vitelloni” – ci ha, diciamolo francamente, svergognato, cioè ci ha fatto vergognare di noi stessi. Nei momenti peggiori, però, e a volte con un semplice passaggio da un film all’altro, ha compiaciuto ed esaltato molti di noi (la maggioranza?) per ciò che abbiamo di peggio”.

Alberto Sordi era Trasteverino di nascita. Figlio dell’insegnante Maria Righetti e di Pietro, basso tuba dell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, Sordi venne alla luce il 15 giugno 1920 al numero 13 di via San Cosimato, la stradina che congiunge piazza Santa Maria in Trastevere e piazza san Cosimato. Quella palazzina non c’è più, demolita per far posto al Vicariato. Da lì la famiglia Sordi si trasferì alla Garbatella (quest’anno si celebra il centenario anche della nascita del quartiere), in una palazzina davanti al Teatro Palladium, per poi trasferirsi in via delle Zoccolette: era il 1933 e quella casa era dirimpettaia dell’appartamento nel quale nacque e crebbe quello che sarebbe diventato l’erede artistico dell’Albertone: Carlo Verdone che con il padre Mario e la famiglia viveva in lungotevere dei Vallati 2. Nel 1958 Alberto Sordi con le sorelle si trasferirono nella villa di via Druso, affacciata davanti alle Terme di Caracalla sopra via Appia: la residenza nel ventennio fascista era stata del gerarca Dino Grandi e l’attore l’acquistò anticipando l’amico Vittorio De Sica.

La targa commemorativa in via di San Cosimato 12, a Trastevere

Alberto Sordi era lo specchio di gran parte di Roma – sintetizza Carlo Verdone in un’intervista a repubblica.tv del 31 dicembre 2012 a proposito del suo docufilm “Alberto il grande” – Era un frammento importante dell’anima romana. Poi, con il tempo, è diventato un concentrato di tic, difetti, fragilità, aspetti divertenti, aspetti miserabili, del dna italiano. Quando è morto la città ha sentito un pezzo di se stessa che andava perso. Sordi è stata la maschera di Roma”. Ed il padre, Mario Verdone, critico cinematografico nonché professore di Storia e critica del film all’università “La Sapienza”, ha scritto di lui: “Sordi non ha fatto quasi mai dimenticare, nei suoi film, di essere figlio di Roma…. Con le sue moralità “rovesciate”, che fa diventare quasi proverbiali, Sordi pigro ed egoista, servile e impudico, mentitore, in film ora resistenti al tempo, ora più deboli, si è instaurato in maniera decisamente scolpita con le sue commedie di costume e i suoi film satirici nella galleria delle nostre “maschere”. Gli italiani, che hanno grandezze irraggiungibili con Leonardo e Michelangelo, sono, ci avverte Sordi, anche Totò, Fantozzi e Nando Mericoni, ex americano a Roma” (2003, Il cinema a Roma, Edilazio).

Dunque, Sordi e la sua lunghissima carriera. Dopo essere stato a lungo attore comico teatrale, sono ben 147 i film nei quali ha preso parte, da comparsa a protagonista a regista. Dopo gli anni dei successi radiofonici e delle prime esperienze cinematografiche in parti secondarie o come doppiatore (ha prestato la voce a Oliver Hardy, a Bruce Bennett, Anthony Quinn, John Ireland, Robert Mitchum, Pedro Armendariz e, per gli italiani, a Franco Fabrizi e persino Marcello Mastroianni), la prima interpretazione da protagonista di una certa notorietà si deve a “Mamma mia che impressione” (1950) una pellicola sceneggiata da Cesare Zavattini (prodotta e in massima parte diretta in forma anonima da Vittorio De Sica) dove Albertone trasporta al cinema il modello di recitazione tutto verbale sperimentato in radio con il Compagnuccio della Parrocchietta. Nell’immediato Dopoguerra, infatti, era diventato un divo della radio, in particolare con il programma “Vi parla Alberto Sordi”: terminava ogni trasmissione con la fatidica frase “Mamma mia che impressione” che , appunto darà il titolo al film.

Una curiosità riguardante gli esordi artistici di Alberto Sordi è connessa con un film che appartiene al filone del neo-realismo. Questo aneddoto risale all’estate 1949, quando il regista Luciano Emmer girò in una Roma deserta e in una spiaggia di Ostia assalita da decine di migliaia di romani, la pellicola “Domenica d’agosto”. In quel film Sordi, già noto alle platee radiofoniche e come doppiatore cinematografico, non appare ma è presente: la sua voce, infatti, doppia quella del vigile Ercole Nardi, interpretato da Marcello Mastroianni, non ancora 25enne alle prese con una delle sue prime interpretazioni.

C’era un posto dove Alberto Sordi era di casa ed era a Ostia, il ristorante “La Vecchia Pineta” dell’omonimo stabilimento balneare”. Se ne ricordava bene quello che è stato dal 1946 fino agli anni Novanta il patron della cucina, Luigi Muzzarelli. “Sordi veniva qui quando era quasi sconosciuto o, comunque, lavorava ancora alla radio con la sua trasmissione ‘Amici della parrocchietta’ e faceva le gag di Mario Pio. Poi dopo parecchi anni ha cominciato a girare i film. E lui veniva alla Vecchia Pineta perché si voleva far notare dai miei clienti attori, attrici e registi: Luchino Visconti, Pupi Avati, Federico Fellini, Mario Soldati. Ricordo che consumava poco ma occupava il tavolo per ore”. Lo speciale rapporto tra Alberto Sordi e Ostia, dove vi ha ambientato numerosi film è puntualmente descritto nel volume Ostia set naturale.

Gli inizi nel mondo della celluloide non sono stati affatto entusiasmanti passando da insuccesso (“Mamma mia che impressione” 1950) a insuccesso (“Lo sceicco bianco” 1952). tanto che Sordi rientrò nel mondo della rivista, con Wanda Osiris, al fianco della quale interpreta “Gran baraonda”, ritrovando successo e consensi.

Il 1953, con la partecipazione a “I vitelloni”, ancora una volta sotto la regia di Fellini, si può considerare l’anno di svolta per Alberto Sordi. Anche se nelle prime copie del film i distributori non vollero che figurasse il suo nome che all’epoca ritenevano sgradito al pubblico. Fu Federico Fellini a imporlo alla produzione e quel film decretò il successo di entrambi.

In tutti i suoi film Albertone ha proposto la Roma più verace, più popolana, meno artefatta ed elitaria. Una Roma un po’ cialtrona ma sempre leale e semplice. Una città regina nell’arte dell’adattamento, specialità che le ha consentito di far sopravvivere il suo spirito universale nonostante dominazioni, regni ed esecuzioni capitali.

LA ROMA SOGNANTE DI FEDERICO FELLINI

L’omaggio più convinto e poetico di Roma sul grande schermo è stato proposto da un non-romano: Federico Fellini (1920/1993), nato nei pressi di Rimini, è stato uno dei più convinti estimatori del paesaggio naturale e urbano offerto dalla grande città distesa lungo il Tevere fino al suo quartiere marino, Ostia. Nato il 20 gennaio 1920, a 19 anni si trasferisce nella Capitale stringendo un legame strettissimo con la sua nuova città, dove conoscerà la moglie Giulietta Masina e prestigiosissimi successi internazionali senza dimenticare il profumo romagnolo dei suoi anni giovanili di cui saranno intrise le sue opere. Federico Fellini ha ricevuto ben 5 volte il Premio Oscar su 12 candidature: come Miglior film straniero con La Strada (1957), Le notti di Cabiria (1958), 8 e 1/2 (1964) e Amarcord (1975) oltre che alla Carriera (1993)

Questo mai scisso trait d’union intimo con Rimini farà ritrovare in Ostia atmosfere, paesaggi, scenari ideali per i suoi ricordi di celluloide. Sono innumerevoli le scene in cui i suoi protagonisti, le sue maschere, i suoi sogni hanno scorci naturali, architettonici o cittadini della Roma marittima. Magari anche perché qui le sue proiezioni oniriche potevano più facilmente prendere corpo ed essere rappresentate. O, forse, perché questo affaccio della capitale sul mare gli era stato raccontato più volte dalla famiglia di Aldo Fabbrizi (particolare curioso, l’attore romano si firmava con una sola b nel cognome mentre all’anagrafe ne risultano due), della quale Federico Fellini era stato ospite nei suoi primi anni di vita a Roma. Racconta Massimo Fabbrizi, figlio di Aldo in “Aldo Fabrizi, mio padre” (2006, Gremese editore) “Federico lo ricordo assiduo frequentatore di casa, quella di via Germanico, negli anni Quaranta… In un certo periodo ha vissuto letteralmente con noi… Era talmente di casa che finì per farmi da padrino per cresima e comunione”. Della famiglia Fabbrizi con un magrissimo Fellini ci sono foto anche sulla terrazza della casa precedente, quella di via Sannio (fine anni Trenta).

Foto in casa Fabrizi sulla terrazza di via Sannio: cerchiato in giallo Federico Fellini, in rosso Aldo e in rosa Elena meglio nota come la sora Lella

Nel 1956 Federico Fellini andò a vivere insieme con Giulietta Masina in via Archimede 141, ai Parioli, in un attico molto spazioso: ben 280 metri quadrati per più di 5 locali (3 bagni). Vi restarono insieme fino al 1968, anno in cui si trasferirono in via Margutta 110.



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Il rapporto di Federico Fellini con Roma era speciale. Era la città ideale dove realizzare le sue atmosfere sognanti, oniriche, dove poter contaminare le epoche, dal Rinascimento, al Barocco, al Razionalismo monumentale dell’Eur, dove poter far convivere dogmi religiosi e riti pagani. Roma era anche il posto dove poter fare il cinema al meglio, grazie alle maestranze ed ai grandi studios di Cinecittà. Eppoi, Roma era un posto a mezz’ora di distanza dal mare di Ostia dove poter far rivivere la sua infanzia riminese come spiega bene il volume Ostia set naturale. Anche se poi fu a Fregene che Federico e Giulietta presero la loro casa delle vacanze, location adattata per “Giulietta degli spiriti” (1965).

 
A Ostia – spiegherà lo stesso Fellini in un’intervista sul suo film del 1953 – ho girato “I vitelloni” perché è una Rimini inventata: è più Rimini della vera Rimini. Il luogo ripropone Rimini in maniera teatrale, scenografica e, pertanto, innocua. È il mio paese, quasi pulito, nettato dagli umori viscerali, senza aggressioni e sorprese. (…) Insomma è una ricostruzione scenografica del paese della memoria, nella quale puoi penetrare, come dire? Da turista, senza restare”. Abbiamo detto che “I vitelloni” decreterà il successo di Federico Fellini e di Alberto Sordi che, però, il regista aveva già diretto un anno prima ne “Lo sceicco bianco”.

Fellini era di casa a Ostia, come ricordava spesso il suo ristoratore preferito, l’emiliano Luigi Muzzarelli, dal 1946 proprietario de “La Vecchia Pineta”. Ma Fellini amava ancor di più Fregene, come racconta lo scrittore e giornalista responsabile della Redazione Cultura de Il Messaggero, Costanzo Costantini (1924/2014). “Diceva Fellini: “Fregene è per me come la Genesi. E’ a Fregene che sono nato come regista, con “Lo sceicco bianco”, il mio primo film. Oltre “Lo sceicco bianco”, vi ho ambientato il finale di “La Dolce Vita”, gran parte di “Giulietta degli Spiriti”, alcune scene di “La città delle donne”. Ma anche altri miei film li ho concepiti e in parte scritti a Fregene, dove io e Giulietta abbiamo vissuto per molti anni, o hanno come sfondo il mare, che è il mare di Fregene, oltre e più che il mare di Rimini“. Fu a Fregene, nell’estate del ’58, che Fellini incontrò Marcello Mastroianni per proporgli il ruolo del reporter mondano in “La Dolce Vita“, il film che avrebbe dato fama mondiale al regista e che avrebbe fatto dell’attore un divo di prima grandezza. Ma che, soprattutto, avrebbe riconosciuto a Roma quel nomignolo di “Hollywood sul Tevere” tradottosi in flussi di turisti americani, prestigio e un brand inimitabile.

A Fellini si attribuisce la regia di 24 film in 40 anni di carriera. Ha ricevuto quattro Premio Oscar piu uno onorario, quattro David di Donatello, una Palma d’oro e un Premio della tecnica a Cannes e ben dodici Nastri d’argento.

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