Dove vedere le antiche statue colorate

Nell’antica Roma, il colore era ovunque, era alla base della quotidianità domestica come di quella dei luoghi d’aggregazione. Oltre alle statue colorate il paesaggio urbano offriva colonne a colori, capitelli dipinti e si affrescavano le pareti ma pure i soffitti, spesso con la tecnica del trompe l’oeil. Ed erano colorati anche i mobili di casa, le coperte, i cuscini, le stoffe delle tende come quelle degli abiti. Colori anche sugli accessori femminili come le borse, i ventagli, gli ombrellini.

Oggi questo tripudio di colori ci farebbe arricciare il naso. Anzi, in qualche modo di sembra strano, abituati come siamo a ambienti con poche misurate tonalità di colore. Gli intonaci delle ville romane di Pompei e quelle di alcune insule sopravvissute a Ostia Antica, si sembrano strane, quasi restaurate malamente. In realtà rappresentano con realismo ciò che era la diffusione dei colori all’epoca. Affreschi colorati parietali ben conservati a Roma si possono osservare nella Casa di Livia (via di San Gregorio 30), nella Domus Aurea(via della Domus Aurea 1)e nella Domus Transitoria (via Sacra).

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Ovviamente i colori non erano un prodotto di elaborazione sintetica ma ricavati da toni presenti in natura; nella terra, in certi animali, in alcune piante. Il verderame si ricavava dalla cottura di alcuni minerali oppure con pezzi di rame nell’aceto con l’aggiunta di sale o di soda. Il bianco (simbolo di purezza) si otteneva con calce spenta diluita con acqua o con creta argentaria. Il giallo derivava dall’orpimento, minerale presente nelle miniere d’oro e d’argento dell’Asia minore. Sempre dalle miniere, sotto forma di solfuro doppio di mercurio, derivava il colore cinabro o vermiglione brillante. Dalla malachite si otteneva il verde. Il porporino o giacintino veniva da un frutto della Galazia. Il rosso violaceo era ricavato dal corpo del murice mentre il rosso fiamma era dato da un ossido del manganese. Il rosso comune, invece, si estraeva dal rizoma della robbia, una pianta delle zone boschive del Mediterraneo. Il costosissimo azzurro mare si otteneva dallo sminuzzamento del lapislazzulo impastato con altre polveri. Il blu cobalto si trovava nelle miniere d’oro e d’argento. L’ocra altro non era che perossido di ferro idrato: alcune varianti si ottenevano miscelando succo di zafferano o altri fiori gialli (violacciocca o erba guada). L’azzurro derivava da un impasto tra silice, ossido di rame e ossido di calcio, quarzo fuso, carbonato di potassio e di sodio.

LE STATUE COLORATE

Per dare verosimiglianza le statue nell’antica Roma erano dipinte. Si dipingevano le vesti, si coloravano i capelli e gli occhi e si provvedeva a dare un incarnato al volto, solitamente con l’aureus, il color d’oro (simbolo di massima purezza).

L’Ara Pacis a colori nella realtà aumentata di L’Ara com’era

Per avere un’idea di quali fossero i colori sulla base di documentazioni scientifiche, vi suggeriamo di raggiungere l’Ara Pacis (lungotevere in Augusta) e prenotarsi per una visita “L’ara com’era“, il racconto con realtà aumentata e virtuale reso possibile attraverso un visore e la ricostruzione elettronica delle pareti del monumento. Il percorso dura circa 40 minuti, si svolge ogni quarto d’ora a partire dalle ore 20,45 fino alle 22,30 ed è disponibile in 5 lingue: italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco. Non consentito ai minori di 13 anni. Qui puoi prenotare. Costo biglietto 12,00 euro (10,00 ridotto).

Il rilievo mitraico colorato esposto alle Terme di Diocleziano

L’esemplare più bello di sculture colorate che hanno resistito all’usura dei secoli a Roma si trova nel museo delle Terme di Diocleziano. Si tratta di un rilievo in marmo recuperato nel mitreo sottostante la Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio (la basilica ed il sottostante ambiente sono visitabili accedendo da via Santo Stefano Rotondo 7). Il mitreo è denominato dei Castra Peregrinorum ed il rilievo apparteneva alla seconda fase del tempio, quando il luogo di culto fu ristrutturato e le decorazioni in stucchi furono sostituite da quelle in marmo. L’epoca è quella della fine del III secolo d.C. ma nella scena di tauromachia (forse sacrificale) ancora oggi sono riconoscibili ampie parti colorate: il volto, il cappello e la manica del personaggio raffigurato sono dorate, il mantello e la specie di calzamaglia indossata sono rossi, il serpente e la lama del pugnale sono gialli.

Da sinistra la Testa di giovane e di fianco la Testa maschile barbata con copricapo

Nel museo ricavato all’interno dell’ex Centrale Montemartini, in via Ostiense 106 (qui la descrizione), l’incarnato dorato e i capelli mossi colorati di castano sono i tratti salienti della Testa di giovane mentre la barba ed i capelli rossicci appartengono alla Testa maschile barbata con copricapo, reperti entrambi recuperati nel 1879 dagli Horti Lamiani nella zona di piazza Dante, all’Esquilino. Le due teste colorate scolpite nel marmo pario sono esposte nella Sala Caldaie.

Il gruppo Satiro con Ninfa alla Centrale Montemartini

Nella stessa sala è possibile ammirare una bellissima composizione marmorea, Gruppo con satiro e ninfa, nella quale la folta chioma del satiro ha mantenuto il suo originale colore rossiccio dipinto addirittura nel II secolo a.C. Il ritrovamento è avvenuto nel 1889 a Trastevere tra la chiesa di San Grisogono e piazza Mastai.

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