Il primo Re, quando il rispetto della storia di Roma non è proprio regale

Il primo Re, film colossal per la regia di Matteo Rovere, è una pellicola destinata a far discutere. Non solo in Italia ma principalmente sui mercati stranieri, Usa e Cina in primo luogo. Le vicende di Roma caput mundi hanno un grande appeal a volte anche troppo folcloristico su statunitensi e asiatici che costituiscono ormai il fatturato più importante non solo nel campo cinematografico ma anche in quello turistico.

Il primo Re è un film di genere che richiama per certi versi l’epoca dei peplum e più recentemente le operazioni della Passione di Cristo o di Ben Hur. E come la storia sulla Via Crucis scritta e diretta da Mel Gibson, anche Il primo Re si affida ad una lingua primitiva per la sua narrazione, un protolatino immaginato dagli sceneggiatori con buona aderenza al reale. Anche l’ambientazione (il film è girato nelle foreste di Manziana, vicino Roma) e la fotografia di Daniele Ciprì, dominate entrambe dagli eventi naturali, forniscono una credibile ricostruzione di quella che era la zona tiberina nell’epoca della fondazione di Roma. Alessandro Borghi interpreta Remo, Alessio Lapice è Romolo, Tania Garribba veste i panni di Satnei.

Una scena de Il primo Re di Matteo Garrone

Per i puristi, però, non tutto è commendabile. Per esaminare attentamente il valore dell’opera, ci siamo affidati a Michele Mattei,ricercatore e divulgatore archeologico al quale si deve l’interessante rivalutazione storica della nascita di Roma da Enea e dal suo approdo nell’entroterra del delta tiberino, esattamente nell’area di Ficana oggi Dragona-Acilia. Esperto nel campo della protostoria laziale, Michele Mattei è Guida turistica e docente del progetto Ficana (che coinvolge diverse scuole del territorio). Porta avanti ricerche focalizzate sul periodo che va dall’età del bronzo finale a quello arcaico. E’ attivo nel campo della divulgazione con vari eventi nel territorio ostiense e del X municipio, nonché nella citta di Anzio.Ecco la sua recensione su Il primo Re.

Michele Mattei

La notizia di un film sulla protostoria del Lazio antico non poteva non rappresentare un’elettrizzante attesa. Quando venni a sapere, due anni fa, che tale film era in lavorazione, iniziai quasi a contare i giorni. Così, dopo tanto tempo, Ieri sera, quel giorno è arrivato.
Entrando in sala, mi sono promesso di essere clemente con eventuali piccoli anacronismi o errori archeologici, che da sempre caratterizzano i film basati su questi temi. Purtroppo, le cose non sono andate come speravo. All’uscita dalla sala, devo constatare con grande amarezza che, non solo questo non è stato possibile, visto che gli scempi sono stati abnormi, ma tutto il resto ha contribuito a disegnare due ore e mezza da incubo per chiunque ami i popoli del Lazio antico e il cinema in generale. La storia non deve e non può essere priva di fantasia, ma neanche una violenza al rispetto dei nostri antenati e di ciò che sappiamo su di loro.
Provando ad andare con ordine: la storia dei fratelli sembra essere un misto poco credibile di elementi presi dalla tradizione, con inserti sostanziali dell’immaginario del regista, che sortiscono l’effetto di snaturare completamente il prodotto. Nessun richiamo, o quasi, alla fanciullezza dei due, tranne una scena. Il contesto della storia è quello di un viaggio di fuga da Alba, viaggio, che poco ha a che vedere sia con le fonti su Romolo e Remo, sia dalla poeticità del Nostos (il viaggio verso le origini) greco. Chiave narrativa della storia sembra essere il solito tema della ribellione al soprannaturale, tentazione nella quale cade il meno conosciuto dei due e che finirà, inevitabilmente a far comprendere come il volere di questo evanescente “dio”, spesso nominato e forse da identificare con il Fato, sia inoppugnabile, nonostante ogni azione di contrasto, che finisce anzi per rivelarsi necessaria al compimento della volontà divina. Poco rilevante e ancora, assai banale sul piano narrativo, il maldestro tentativo di fondere l’amore fraterno con la missione e l’obbedienza agli dei. Peccato perché l’idea del personaggio di Remo rivisitato, che prende il fratello sulle spalle e lo protegge, non era neanche male.

Una ricostruzione grafica del Campidoglio nell’epoca del ferro (Musei Capitolini, InkLink)

La trivialità dell’azione e dello svolgimento della storia passano tuttavia in secondo piano di fronte ad un contesto a dir poco sconvolgente nel quale il regista dipinge degli uomini di VIII secolo a.C. come degli pseudo paleolitici (con qualche arma e strumenti di ferro in più), parlanti un protolatino sicuramente ben curato, nonostante le poche fonti a disposizione lascino pensare che proprio “proto” non fosse (ma un buon miscuglio tra i testi delle iscrizioni arcaiche e l’assai più tardo ciceroniano). Il triste e per nulla sorprendente risultato è quello di una stonatura palese, offerta dall’abisso enorme percepito tra livello di evoluzione tecnico-culturale estremamente basso e le capacità linguistiche dei parlanti. Lo scempio però non si arresta a questo. Il puntare sul primitivismo estremo dei protagonisti, che sfida ogni fonte ed evidenza archeologica, porta con se la conseguenza di una violenza senza eguali. I continui squartamenti, occhi cavati, viscere di animali strappate, sangue bevuto etc. fanno onore alla famosa serie di prodotti cinematografici anni ottanta sui cannibali, migliore forse solo almeno negli effetti sonori di vertebre che si rompono e rantolii misti al fango (presente ovunque, sembra che quel mondo fosse un mondo fatto quasi esclusivamente di fango).

La ricostruzione della città di Alba nel film Il primo Re

Dovremmo a questo punto pensare alla qualità della recitazione, che, a tratti regala anche momenti non scevri da pathos (la maledizione della sacerdotessa ad esempio ), quest’ultimo, puntualmente esasperato e rovinato dall’iperbolizzazione di troppi passaggi, in un tentativo di sacralizzare quasi ogni singola parola profferita dai parlanti. Un Borghi sicuramente di talento si ritrova a fare i conti con un personaggio “esasperato” per volontà dell’autore. Verrebbe da dire “senza voto” se si trattasse di assegnarne uno. Lo stesso Lapice, nel ruolo di Romolo, diventa un gregario degli eventi che non riesce a dare un’impronta netta, passando buona parte del film in agonia. Quasi impalpabili le personalità degli altri personaggi, puro corollario ai due protagonisti, impegnati nella dimostrazione di quel primitivismo totalizzante espresso soprattutto con la già citata violenza, tra vari strilli e versi animaleschi. L’eccezione la fa probabilmente solo Tania Garribba, che, aiutata dal ruolo, tra profondità di sguardi e aloni di mistero, regala dei momenti che colpiscono e suscitano curiosità e un asciutto senso sacrale nei confronti personaggio.

Ma veniamo ad un altro grande dolore: la fedeltà alle fonti e ai dati topografico/archeologici. Una premessa: chiunque volesse girare un film dove Giulio Cesare è un astronauta del futuro alla ricerca di un pianeta da colonizzare per ricreare il suo impero, sarebbe libero di farlo. Certo, purché sia onesto nei confronti di chi vedrà il film e non parli di “riproduzione fedele della storia”. Nel caso del Primo Re, questo non si verifica, anzi. Ho letto delle recensioni che riportavano le frasi di un’archeologa, etruscologa addirittura, che parla descrive il film come una fonte interessantissima per studiosi e non, ricostruzione fedele dell’epoca descritta. Sembra che ci sia stato addirittura un team di supporto per curare la fedeltà al contesto. Questa persona probabilmente, o non ha mai pronunciato tali affermazioni, o si trova in uno stato di palese confusione, come lo sarebbe un medico che trapiantasse un fegato al posto del cuore a un povero malcapitato paziente. Ruolo, quest’ultimo, rappresentato dai suoi studenti, visto che sembra essere titolare di una cattedra universitaria. Al peggio non vi è mai fine, verrebbe da dire, avanzando sospetti sulla reale visione del film da parte della professoressa e del suo fantomatico team. Allora, nel dettaglio, sotto questo punto di vista, che cosa è riuscito a combinare Rovere?
Il film parte bene: d’altra parte, i paesaggi naturali, incontaminati, non sono difficili da riprodurre. Persino l’effetto del fiume che straripa portandosi via i gemelli e la mandria di animali riesce ad essere gradevole. A seguire, i fotogrammi più belli del film, gli unici forse. La vista si apre sulla città di Alba, riprodotta fedelmente, con le capanne e ampi spazi liberi tra esse, recinti per animali, coltivazioni. Insomma, un inizio tutto sommato accettabili. Neanche cinque minuti dopo, il disastro: sorvolo sul calderone a protomi di serpentelli, utilizzato dalla “vestale” prima della sanguinosa lotta tra gli schiavi catturati. Un modello quello, appartenente all’orientalizzante maturo, quindi di circa settanta, ottant’anni successivo al contesto descritto. Sorvolerei anche sul ferro sovra rappresentato a discapito del bronzo nelle armi, probabilmente ancora preponderante, a giudicare dai dati in nostro possesso. Dubbia anche l’assenza di elmi, sostituiti da maschere e i vasi intravisti qua e là farebbero rabbrividire qualunque studioso specializzato in quel periodo. Mi voglio soffermare più attentamente a ciò che avviene dopo la lunga, interminabile sequenza della fuga tra le foreste, tra maledizioni, caccia a cerve poi scuoiate e consumate, (con tanto di sangue crudo che finisce nella bocca di Romolo) e che termina con la lotta contro i Velienses: l’arrivo nel loro villaggio. Qui son dolori, veri. 
Innanzitutto, la riproduzione del villaggio: i villaggi o le proto città, in quello che viene chiamato “terzo periodo laziale” (770 – 730 a.C. secondo la cronologia tradizionale) si distinguevano per alcune caratteristche specifiche. Ricordo che eravamo in un periodo in cui era in atto una grande trasformazione, anche a livello sociale. Piano piano, stavano venendo fuori le aristocrazie, le gentes che avrebbero poi dominato; la società si stratificava, le capanne erano solide e spesso durature costruzioni con muri in argilla, non attaccate, ma con spazi tra esse per le coltivazioni. Era un periodo in cui le città si munivano di imponenti fortificazioni, se non lo avevano già fatto e i contatti con le genti d’oltremare erano ben attestati, seppur, per quanto riguarda i Greci, ancora in fase embrionale. Quello che ci si aspetterebbe dunque, sarebbe un minimo di attenzione a queste caratteristiche. E invece, qui il regista dà il peggio. Come direbbe il sorrentiniano Gambardella: “in ordine sparso”:
I Velienses occupavano il colle della Velia, spianato poi durante il fascismo per far posto a Via dei Fori Imperiali. Essa era uno dei colli romani. Abitato dalla prima età del ferro (X-IX sec. a.C.), se non da prima, era uno degli insediamenti che popolavano i colli di Roma in età pre- romulea. Nel film, la Velia appare come un luogo grottesco, paludoso (gli insediamenti erano in alto, sui colli anche per evitare le paludi), pieno di alberi a far ombra e impedire qualunque forma di coltivazione. Sulle capanne poi, le braccia cadono del tutto. Se quelle di Alba, rappresentate all’inizio, erano fedeli alla realtà, qui siamo davvero al ridicolo: praticamente delle intelaiature di tende indiane con un po’ di paglia a coprire il tetto. Nessun alzato d’argilla, nessun altro elemento. Eppure, se c’è una cosa sicura, relativa a quel periodo, è proprio l’aspetto delle capanne, visto che nel periodo poco precedente a quello descritto nel film, i latini spesso usavano dei modellini di capanne come urne cinerarie. Senza contare gli scavi che raccontano una realtà molto diversa rispetto a quella del film. Anche topograficamente gli errori grossolani fanno impressione: alla fine del film, un Remo morente dice a Romolo di fondare una città oltre il fiume. Sorvoliamo sul fatto che il Tevere nel film, potrebbe fare invidia al Mississipi Missouri per le sue dimensioni; ma quale fiume? La Velia si trova, o trovava sullo stesso lato del Palatino, dove, secondo la tradizione, sarebbe stata fondata Roma. Nessuna attenzione neanche al rituale funerario: in quel periodo, i personaggi di rango, come Re e Sacerdoti, venivano deposti in fosse, con il loro corredo che comprendeva spesso anche svariati oggetti di bronzo. Nel film, l’anziano sacerdote del villaggio viene praticamente calato in una buca, mentre gli abitanti del villaggio cantano.

La Lupa capitolina, statua in bronzo simbolo di Roma, è datata V secolo avanti Cristo

Insomma, verrebbe voglia di disperarsi. La cosa più grave di tutto questo è che, chi non ha contezza di queste cose, rischia di vedersi scolpita nel proprio immaginario, un’idea di quel periodo corrispondente a quella del film. E’ questo un prodotto che non fa onore a nessuno: in primo luogo ai nostri antenati Latini, descritti come bande di violenti tagliatori di teste; non rende giustizia neppure a chi si è impegnato tanto nella ricerca storico/archeologica di questo affascinante periodo e, in ultima istanza, non rende giustizia neanche a una delle nostre più belle facoltà: l’immaginazione. Per tornare a ciò che si diceva all’inizio. Il rapporto con il mondo si muove tra realtà e immaginazione, informazione e fantasia. Quando le due cose si coniugano, la forza evocatrice delle parole e delle immagini si esprime e diventa inarrestabile, ma questo, nel film di Rovere, non succede.

 

Peccato, era davvero una bella occasione, ma, in questo caso, viste la violenza fatta alla Storia e la negligenza che hanno accompagnato la realizzazione del film, viene quasi il sospetto che il fine non fosse quello di rappresentare le nostre origini, ma di ricercare un forte consenso popolare e, si sa che consenso equivale a incasso, equivale a successo. Ahimé però, questi due concetti sono lontani innumerevoli miglia da quelli di qualità e di rispetto. D’altronde, per tornare alle nostre origini, quando l’impero romano stava ormai inesorabilmente decadendo, un certo Rutilio Namaziano diceva:

L’oro mortale: materia per ogni perversione
Regali d’oro espugnano gli onesti matrimoni
L’amore cieco dell’oro trascina ad ogni empietà
la fedeltà vinta dall’oro tradisce città fortificate (…) 

In questo caso, ad essere espugnata è stata la storia, ad essere vergognosamente tradita è stata Roma, ad essere infangate sono state le nostre meravigliose origini!

Michele Mattei

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