Non me mette la prescia (al culo) Il significato

Quante volte a Roma avrete sentito dire “Non me mette la prescia al culo” oppure “La gatta presciolosa fece li figli ciechi” e magari vi sarete chiesti da cosa deriva la parola prescia?

Per molti etimologi la parola prescia è una compressione dal latino pressare ovvero fare qualcosa con rapidità, con urgenza. In realtà prescia è una parola dialettale con una sua etimologia ben precisa che risale al Carnevale romano dell’epoca papalina e più specificatamente tra il Settecento e i primi dell’Ottocento. Di quello che era uno dei principali eventi della tradizione romana ne hanno parlato grandi letterati in viaggio in Italia, come Goethe e Montaigne, ma anche Alexandre Dumas (padre) ne “Il conte di Montecristo”. “Il carnevale romano non è una festa che viene concessa al popolo, ma una festa che il popolo si concede” scriveva Wolfgang Goethe alla fine del Settecento nel suo “Viaggio in Italia”. Era una festa “anarchica” nel senso che in quel periodo preciso dell’anno ognuno aveva il diritto di sentirsi libero di esprimersi in piena libertà: tutto era permesso (fuorchè le coltellate che invece dilagavano per effetto dei fumi dell’alcol), la distinzione tra potenti e umili si assottigliava e le classi sociali si confondevano anche grazie alle maschere, al travisamento.

Carnevale romano, una raffigurazione d’epoca della corsa dei berberi alla partenza

La festa di carnevale a Roma aveva il suo luogo prediletto nella via Lata, divenuta via del Corso proprio per la corsa dei cavalli berberi che si svolgeva lungo tutta la sua lunghezza e durante tutti i giorni dei festeggiamenti. I due estremi della competizione fatta da cavalli disarcionati ovvero senza fantino sopra, erano rappresentati dall’obelisco di piazza del Popolo, dove avveniva la partenza, e Palazzo Venezia, dove era fissato l’arrivo. I cavalli del Carnevale Romano erano allevati proprio per la corsa: i più indicati, perciò erano di piccola taglia e chiamati berberi per la loro origine araba. Ogni cavallo era rivestito di un telo bianco aderente e decorato con nastri di vari colori.

Si narra che per addestrare i cavalli al percorso, qualche giorno prima dell’inizio delle gare, gli animali venivano portati davanti all’obelisco, nel punto esatto della partenza, abituati a stare fermi qualche minuto e poi accompagnati fino a palazzo Venezia (la piazza non aveva la conformazione attuale attribuita dopo la costruzione del Vittoriano datata 1925) , dove gli si dava un po’ d’avena come premio per condizionarne il riflesso. Una pratica, questa, che veniva ripetuta più volte per tutti i cavalli in gara. Il premio per le famiglie proprietarie del cavallo vincitore consisteva in un pallio, un pezzo di stoffa dorata o argentata, simbolica del dominio della città.

Fin qui la narrazione. In realtà per far correre al massimo i cavalli gli stallieri avevano adottato un sistema che oggi configurerebbe il reato di maltrattamento di animale e che allora non aveva questi limiti morali: sotto la coda, in corrispondenza con l’ano, veniva spalmata una specie di pece urticante, a base di peperoncino, pepe, ortica e altre erbe irritanti. A contatto con la mucosa, quelle sostanze spingevano il cavallo a “fuggire”, a cercare con la corsa un rimedio alla condizione di estremo disagio. Da qui il detto “Non me mette la prescia al culo” ovvero “Non mi mettere urgenza nel fare ciò che chiedi”.

Una derivazione della parola prescia e del significato popolare è nel detto “La gatta presciolosa fece li figli ciechi” la cui morale è che a fare le cose di fretta spesso queste non riescono nel migliore dei modi possibili.

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