La via del Corso e la sua storia legata al Carnevale

Si deve al Carnevale romano se la strada dello shopping per eccellenza, la centrale via del Corso, si chiama così. E’ su quell’antico percorso, proseguimento di via Flaminia, infatti, che per diversi secoli, a cavallo tra la metà del XV secolo e la fine dell’Ottocento, si svolgevano i festeggiamenti di Carnevale con l’appuntamento più atteso, quello della corsa dei cavalli berberi. La corsa su un tracciato che, appunto, diventerà via del Corso.

Il periodo dell’anno che precede la Quaresima, è stato sempre festeggiato a Roma con grande libertinaggio. Addirittura questa festa si farebbe risalire ai Saturnali degli antichi romani ma è con la Roma papalina che assume una ritualità popolare molto attesa: in questo periodo dell’anno era consentita una notevole libertà di comportamento, le differenze di classe divenivano meno rigide e la prospettiva delle restrizioni previste dalla Quaresima spingeva il popolo a comportamenti spesso davvero eccessivi.

Via del Corso: sullo sfondo piazza Venezia

A partire dal X secolo i giochi carnascialeschi avevano come teatro il monte artificiale soprannominato Testaccio o Monte dei Cocci ed erano caratterizzati da una violenza inaudita: carri carichi di cinghiali e trainati da tori venivano fatti precipitare dal monte, fracassandosi durante il percorso. Gli animali sopravvissuti e le spoglie di quelli uccisi divenivano oggetto di contesa per il popolo, che li smembrava, trasformandoli in trofei. Questi festeggiamenti cambiarono sede e modalità intorno alla metà del XV secolo, quando papa Paolo II, che aveva costruito Palazzo San Marco, futuro Palazzo Venezia, decise che il Carnevale si svolgesse in via Lata, il tracciato che prolungava la via Flaminia nel cuore della città.

Il Carnevale romano fu scandito per secoli dagli stessi irrinunciabili appuntamenti. La corsa dei cavalli barberì si svolgeva ogni sera di festa, a partire dalle ventitré, con partenza da piazza del Popolo ed arrivo in piazza Venezia. I cavalli, detti bàrberi (Berbero) poiché provenienti dalla Barberia (Africa settentrionale), erano scossi ovvero correvano senza fantino sospinti dall’espediente della prescia qui raccontato. La corsa, che si è svolta fino al 1883 quando un incidente mortale portò alla sua abolizione, si disputava lungo il tratto compreso tra lo scomparso Arco di Portogallo (all’altezza di via della Vite) fino a piazza Venezia, e ha portato all’affermazione proprio del nome di via del “Corso”. Il nome della via, poi, cambiò in Corso Umberto I dopo il regicidio di Umberto I di Savoia nel 1900; nel 1944, divenne Corso del Popolo; e due anni dopo venne reintrodotto quello che è il toponimo attuale.

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La festa dei moccolotti a Carnevale in un dipinto d’epoca

Insieme con la corsa dei cavalli, nell’ultimo giorno di Carnevale si svolgeva anche la romanissima Festa dei moccolotti, candele e lumi di ogni tipo alla luce dei quali si celebrava il rito della morte del Carnevale. Ogni romano portava tra le mani, sul cappello, su di una canna la sua piccola luce e in mezzo ad un’indescrivibile confusione si adoperava per mantenerla accesa, tentando nel frattempo di spegnere quelle degli altri. Nel corso dei secoli la licenza del popolo romano raggiunse tali eccessi, con tanto di risse e accoltellamenti, che fu necessario emanare bandi nei quali si comminavano le pene più estreme per i reati commessi durante il Carnevale. Le esecuzioni capitali si svolgevano in piazza del Popolo, mentre a piazza Navona toccò l’onore di ospitare il cavalletto, diffuso strumento di punizione. Ma le pene stesse divenivano il più delle volte occasione di sollazzo e di spettacolo per il popolo. La maschera simbolo del Carnevale romano fu quella del Rugantino, ma non mancarono i Norcini, gli Aquilani, i Facchini ed i Pulcinella.

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