Igor Righetti: “Vi racconto i segreti di zio Alberto Sordi a tavola”

Come tutti noi, anche Alberto Sordi, grande e indimenticato attore interprete della romanità, anzi dell’italianità più vera, aveva i suoi piccoli segreti a tavola. Dal consumo di pomodoro rigorosamente privato dei semini al terrore per il pesce con le lische agli gnocchi di zia Ginevra.

A svelare gli aspetti più intimi e riservati di Alberto Sordi è  Igor Righetti, cugino di secondo grado dell’attore da parte di nonno, noto giornalista radiotelevisivo autore del libro “Albero Sordi segreto”.

Forte del legame familiare (nipote di Primo Righetti, cugino della madre di Alberto, Maria Righetti), l’autore ha avuto il privilegio di uno sguardo ravvicinato sulla vita di Sordi. In questo suo libro, il lettore viene preso per mano in un percorso appassionante alla scoperta di questo incredibile personaggio che, prima ancora di essere un divo, era un essere umano. Un artista estremamente riservato nella sua vita privata, al punto che vietava l’uso di macchine fotografiche ad amici e parenti ammessi a frequentare la sua splendida villa.

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Una persona insomma, con tutti i suoi pregi, i suoi difetti e, come suggerisce il sottotitolo del libro “Amori nascosti, manie, rimpianti, maldicenze”, anche con i suoi aspetti meno noti. Ma è forse proprio questo suo lato umano a rendere in retrospettiva ancora più interessante e in fin dei conti ammirevole la vita di Alberto Sordi. Una persona determinata. “Per questo non si è sposato – sottolinea Righetti – Diceva ‘Se mi fossi sposato sarei stato un pessimo marito e un pessimo attore’ perché la famiglia gli avrebbe sottratto tempo ed energie alla sua professione e al suo pubblico che amava visceralmente”.

Cliccando su questa scritta arancione puoi scoprire i luoghi di Roma cari ad Alberto Sordi.

I vostri ricordi con me e con i nostri cari raccontateli soltanto quando sarò in ‘orizzontale’, ci diceva – prosegue ancora Righetti – Allora mi farete felice, perché sarà anche un modo per non farmi dimenticare dal mio pubblico che ho amato come fosse la mia famiglia e per farmi conoscere alle nuove generazioni”.

Del Sordi a tavola la testimonianza più diffusa del mondo è quella scenica, ovvero la famosa improvvisazione cinematografica de “Un americano a Roma” (1954, regia di Steno) quando rientra a casa e trova sul tavolo la cena lasciata pronta dalla mamma. Vede la zuppiera di spaghetti e si indigna: “Maccaroni? Questa è roba da carrettieri, io non mangio maccaroni. Vino rosso? Io non bevo vino rosso. Lo sapete che sono americano, gli americani non mangiano maccheroni, non bevono vino rosso. Bevono latte, per questo vincono gli apache. Maccarone, che mi guardi con quella faccia intrepida, mi sembri un verme, maccarone. Questa è roba da americani: yogurt, marmellata, mostarda… roba sana sostanziosa”. E spalanca la bocca su pane spalmato di mostarda e irrorato di latte. Salvo poi sputare subito tutto, pronunciando una delle frasi passate alla storia del cinema. “Ammazza che zozzeria! Gli americani aho… Maccherone, mi hai provocato e io ti distruggo, adesso maccherone, io me te magno”. E tra una generosa forchettata di pasta e l’altra, ecco che fine fanno gli altri ingredienti: il latte ‘lo damo ar gatto’, lo yogurt ‘al sorcio’, con la mostarda “ci ammazziamo le cimici”.

I RISTORANTI PREFERITI

Naturalmente Alberto Sordi, figlio di Roma, amava profondamente la sua città ma da decenni quasi la poteva solo immaginare, o scorgere dalle finestre, sempre socchiuse, della sua casa in piazzale Numa Pompilio-via Druso. Questo perchè era da sempre famoso, anzi il più famoso, e per lui passeggiare per la sua Roma era l’unico lusso che forse non si poteva permettere. L’unico strappo Alberto lo faceva per le trattorie: le uniche uscite pubbliche, ma in incognito, le faceva per incontrarsi con i parenti e gli amici nei ristoranti, o meglio nelle osterie, che amava di più.

Come nei suoi film, Alberto Sordi mangiava semplice e aveva le sue abitudini. “I pomodori del sugo e in insalata dovevano essere senza semini – racconta Righetti – Amava gli gnocchi di una nostra zia Ginevra e quando andavamo al ristorante si sceglievano inevitabilmente Perilli a Testaccio o Cannavota a San Giovanni. Alberto era rimasto semplice anche nel mangiare: alle ostriche e allo champagne preferiva la bruschetta e un bicchiere di vino”.

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Nel 1976 Alberto Sordi intervistato da Mike Buongiorno raccontò di una cena a casa dell’avvocato Gianni Agnelli che lo aveva invitato al termine di una proiezione a Torino. “Ci sediamo – racconta – e arriva una foglia di lattuga. Poi arriva patè fois gras, una cosina. E io così, conversando, parlando, mi interrogavano, cose del genere, dico tra me e me ‘l’antipasto non lo mangio, in attesa del primo’. Poi arriva un pezzetto di formaggio e poi arrivano i caffè. E’ al momento dei caffè che mi sono reso conto che lì era finito. E allora ho detto ad Agnelli ‘Scusi avvocato ma lei non mi aveva invitato a pranzo? Stavo per andarci io ma lei mi ha detto venga a casa mia’. E l’avvocato di risposta ‘Che desiderava? Voleva uno spaghetto?’. ‘E certo avvocato, uno spaghetto’”.

La trattoria Cannavota, di fianco alla Scala Santa, a San Giovanni, è un presidio per i buongustai romani oltre che per tanti prelati del Laterano. Anche il suo amico Federico Fellini era un frequentatore assiduo di quella cucina, forse perché incuriosito da quel mondo ecclesiastico colto con i piedi sotto al tavolo. “Quando Sordi fu fatto Sindaco per un giorno, il Campidoglio chiamò e chiese a noi cosa poteva accontentare il gusto di Albertone.  E io sì che lo sapevo: Prosciutto crudo San Daniele, Parmigiano e, sulla tavola, un bel Greco di Tufo da mischiare con una goccia di prosecco“.

L’altra trattoria, Perilli di via Marmorata, è un locale senza tempo, dove puoi incontrare la Roma più verace, legata alla tradizione del “quinto quarto” ovvero la cucina delle interiora e dei pezzi meno nobili del bovino, grazie alla vicinanza con il vecchio mattatoio. Sordi ci veniva con i parenti oppure a festeggiare il compleanno, come quelli celebrati in compagnia di Francesco Rutelli, all’epoca sindaco di Roma.

Sordi cenava spesso anche all’Apuleius all’Aventino, un ristorante che si trova in una posizione strategica, a metà strada tra casa sua e quella di un altro suo grande amico e compositore di colonne sonore Piero Piccioni.

GLI INIZI

Alberto Sordi apparteneva a una famiglia monoreddito, come si direbbe oggi. L’unico che lavorava, infatti, era il padre, bassotuba al Teatro Costanzi. Insomma, in casa Sordi non si navigava nell’oro. Inoltre, come per molti artisti che hanno attraversato gli eventi bellici, anche la vita dell’attore in quel periodo non era tra le meglio pagate.

“Così capitava che veniva da noi e prendeva solo una bottiglia di acqua minerale occupando il tavolo per ore”. A raccontarlo è Luigi Muzzarelli che per oltre 40 anni è stato il patron del ristorante “La vecchia pineta” sul mare di Ostia. “Siccome il nostro locale era frequentato dai maggiori registi dell’epica – prosegue Muzzarelli – Sordi veniva qui per farsi notare, per allacciare discorsi e magari chiedere una parte nei film”.

I GUSTI DI ALBERTO SORDI A TAVOLA

Sui gusti a tavola di Alberto Sordi si è detto poco. L’attore era un “salutista”, mangiava misurato: anche per ragioni di lavoro non poteva permettersi il lusso di ingrassare. “Agli gnocchi, però, non rinunciava –  sottolinea Igor Righetti – In particolare era devoto a quelli che preparava la zia Ginevra, sorella del padre di Alberto, adorata anche per le tagliatelle. Di tanto in tanto lo ospitava a casa sua a Valmontone (città Natale del padre dove faceva parte della banda comunale) e gli cucinava deliziosi manicaretti. Certo, Alberto non era lo zio della domenica: un artista che ha trascorso la sua  vita in scena, che ha realizzato oltre 200 film e che ha dedicato la propria vita al suo lavoro tanto da non sposarsi proprio per evitare di sottrarre energie preziose alla sua professione, di tempo libero ne aveva ben poco”.

Sordi amava e mangiava spesso pesce, per lo più a Il Cortile, ristorante di Monteverde Vecchio. In uno di quei tavoli si trovava nel luglio del ‘43 durante la notte delle bombe a Roma. “A proposito del pesce – aggiunge Righetti – lo pretendeva assolutamente senza lische. Era terrorizzato. ‘Ma che me volete ammazza’’ diceva per la paura di imbattersi in un boccone con la spina del pesce”.

Il racconto di questo Sordi segreto non avviene, naturalmente, solo dal punto di vista dell’autore, che invece si premura di coinvolgere, raccogliendone le testimonianze, altri membri della famiglia, assieme a una serie di prestigiosi amici e conoscenti di Alberto, fra i quali Pippo Baudo, il professor Rodolfo Porzio medico della famiglia di Alberto e Patrizia De Blank, con la quale l’attore ebbe una relazione sentimentale di diversi mesi. Proprio la contessa in un’intervista rivela che “ad Alberto ogni volta che si preparava un piatto con pomodori, dovevamo togliere tutti i semini. Non li poteva mangiare. E facevamo attenzione anche nella preparazione dell’insalata che condivamo rigorosamente con le mani, come si usa a Roma”.

Negli ultimi anni Alberto Sordi era diventato leggermente ipocondriaco. Era molto attento all’igiene. Quando andava al ristorante con amici e familiari, per esempio, usava spostare le sedie usando il polso delle mani, senza impugnarle.

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Tra le rivelazioni che emergono dal volume c’è la destinazione che voleva Alberto Sordi della sua villa di via Druso: non un museo in suo onore, come ha imposto la fondazione nata otto anni dopo la sua morte, bensì un orfanotrofio. “In questa casa – diceva l’attore alle sorelle – è sempre mancato il sorriso di un bambino”.

 

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